Risguardo di copertina
I rivoluzionari di professione, soprattutto quelli delle insurrezioni fallite, sono protagonisti di molti romanzi famosi della letteratura contemporanea sudamericana. A essi si aggiunge Mayta, il protagonista di questo romanzo che, parafrasando un verso di César Valleo, si potrebbe definire "un triste prete bolscevico". Ma Vargas Llosa, come i grandi scrittori, sa che "la materia prima della letteratura non è la felicità, ma l'infelicità umana, e che gli scrittori come gli avvoltoi preferiscono alimentarsi di cadaveri". Così il Mayta della leggenda rivoluzionaria appare al lettore come un personaggio epico, degno di stare alla pari con certi mitici personaggi di Miguel Angel Asturias, di Garcia Marquez e di Manuel Scorza e dell'epopea rivoluzionaria sudamericana. Ma ecco comparire poi la figura del Mayta reale, imprigionato, dimesso per amnistia, degradato alla più avvilente normalità quotidiana. Sarà difficile dimenticare Mayta, personaggio idealista e ideale, vittorioso e sconfitto, vittima delle sue generose illusioni, che sono poi le generose illusioni in cui si dibattono tutti quegli uomini che sentono ancora di avere una coscienza che li spinge a fare qualcosa.